Salvezza della mia fede. 40 anni di Cursillos a Genova

di don Marco Granara*     don marco granaraCon una frase un po’ enfatizzata, posso  dire che, nel 1968, l’esperienza dei Cursillos – accolta da me forzosamente, come un piacere da fare a un confratello (don Angelo Costa), inguaiato dai portoghesi per avviare questa “faccenda” un po’ esotica e un po’ strana – si è rivelata invece, per me, la salvezza della mia fede stessa.  Possibile ?  Si, ero prete da circa 5 anni. In seminario, ci era stato detto di “lasciar perdere gli adulti” perché “ormai, quelli, come sono sono”. L’orientamento per tutti, ma soprattutto per i preti giovani, era quello di “tirar su” i bambini e i ragazzi. Ma già  i “bambini”, appena diventati “ragazzi”, abbandonavano non solo le nostre chiese ma anche i nostri calciobalilla, i nostri campetti di calcio e C…. Nel mio fervore di giovane prete, con un Parroco che mi assecondava, avevo tentato il possibile e l’impossibile (così almeno a noi sembrava) ma senza nessun risultato sul fronte di una Fede più matura, completa e coerente. Ero arrivato al punto di chiedermi se era vero che la Grazia di Dio avesse ancora la possibilità di incidere sul cuore dell’uomo o se non fossero tutti inutili i nostri tentativi pastorali. Ne andava della Fede nella Sua presenza, nella Sua provvidenza, nell’efficacia dei Sacramenti della Fede, nell’efficacia della Sua stessa parola proclamata… In quell’epoca  e in quelle circostanze – vedendo intorno a noi, ma anche su un fronte ecclesiale più ampio, i fallimenti di una certa pastorale – molti si rivolgevano alle uniche (?!) fonti che sembravano avere una qualche efficacia apostolica (mi riferisco al sorgere dei c.d.”Movimenti”). Quelli si, sembravano mietere dove la pastorale ordinaria delle Parrocchie sembrava non raccogliere più nulla. Anch’io feci le mie ricerche in direzioni diverse. L’impressione che per essere di Gesù Cristo bisognasse prima essere, non della Chiesa ordinaria, ma “del movimento stesso”/chiesa nella Chiesa, mi  aveva imposto un discernimento in merito: pur apprezzando certi risultati, non vedevo possibile l’innesto dei “nuovi” nel corpo tradizionale della chiesa locale. A questo punto ci fu l’ulteriore esperienza del Cursillo (1968). Lì ci fu detto in tutte le salse che – dopo quell’esperienza non avremmo dovuto considerarci “cursillisti” (perché non eravamo salvati da “Cursio” ma da Cristo) ma semplicemente “cristiani”… Mi parve ci si aprisse uno spiraglio così nuovo da dovermi fermare  e impegnare su quel dono che la Chiesa mi proponeva. Quali ulteriori garanzie? Ce lo portavano due parroci di Lisbona (P. Aleixio e P. Santana), ci riproponevano la tradizionalissima dottrina sulla “Grazia”, ci dicevano che il nuovo metodo non comportava un “Movimento” in senso strutturato e dipendente da una gerarchia alternativa propria del movimento stesso, ci dicevano che si trattava solo di un “metodo”, “per la riscoperta del battesimo”, “in mano al Vescovo diocesano”, “ a servizio della pastorale catechistica”, “per la vertebrazione e l’animazione degli ambienti più diversi”, “per mezzo della vivenza e convivenza della Fede” finalmente riscoperta, testimoniata e condivisa. Tutto questo – ben compreso, approfondito e sperimentato, condiviso poi col mio Vescovo (il Card. Siri) e da lui, in questi termini, approvato fino al punto da dedicare un prete (il sottoscritto) prevalentemente “per questo” – mi diede, allora, la “quadratura del cerchio”: si può rievangelizzare l’adulto di oggi, partendo da uno “studio dell’ambiente” per individuare in esso le “vertebre”, le “persone portanti” attraverso le quali – con altri strumenti di evangelizzazione più di massa – si sarebbe potuto ridare alla “pastorale ordinaria” delle diocesi e delle parrocchie la necessaria caratteristica “missionaria” di cui tutta la Chiesa sentiva sempre più urgente necessità. Ricorderò con  gratitudine quel grande uomo che fu Padre Francisco Santana, nostro maestro di Cursillo e non solo (poco dopo nominato Vescovo di Funcial nell’isola di Medera) e quello che lui chiamava “suo sogno”. “Sogno”, diceva,”il funerale del Cursillo!” e, nel frattempo, lavoro per una “via italiana al Cursillo”. Due espressioni, all’apparenza incomprensibili, che, da lui ben spiegate, volevano dire che ogni “metodo”, anche se bellissimo ed efficacissimo, è  “relativo” e “temporaneo”. Sognarne la morte e il funerale, mentre stai lavorando per farlo conoscere, impiantarlo e utilizzarlo, non è una pazzia, ma è un dare la giusta collocazione agli “strumenti” e alle “finalità”: i primi sono relativi e temporanei  (fin che ce ne sarà bisogno), i secondi immutabili. Sognare la fine della necessità del Cursillo – ci spiegava – voleva dire sognare una Chiesa che – anche attraverso il Cursillo – si fosse data i suoi ordinari strumenti di rievangelizzazione degli adulti, avesse quindi riscoperto il suo compito “di tipo catecumenale” che, anche in altre epoche della sua Storia aveva efficacemente sperimentato (v. il passaggio dal paganesimo antico alla prima cristianità e, in seguito, alla caduta dell’ impero romano,  con l’evangelizzazione dei popoli barbari). Il Cursillo così avrebbe avuto il merito di risvegliare, in una Chiesa un po’ vecchia, scontata e addormentata, il problema della riscoperta del Battesimo  da parte degli adulti, cominciando dalla formazione – attraverso il Cursillo – di piccoli “gruppi di vertebrazione e animazione missionaria” degli ambienti e, con questi piccoli gruppi, si sarebbe messo a servizio della Chiesa particolare per arrivare ad evangelizzare davvero tutti (vertebre e non vertebre) con altri strumenti di cui si sarebbe dotata. A conferma esemplare di questo processo, l’espressione storica più nota sembra quella avvenuta a Madrid nei primi anni ’50. Un certo Kiko Arguello (l’attuale fondatore e animatore del notissimo “Cammino neocatecumenale”), artista, non credente, abitante di un quartiere popolare di Madrid, ritrova la Fede in Gesù attraverso una “tre giorni” del Cursillo. Prosegue il percorso della sua conversione nell’Ultreja settimanale e, ben presto, trova questo benemerito passaggio “cursillista”insufficiente, non solo per la sua maturazione nella Fede riscoperta, ma impari ad una diffusione più allargata a tutti senza distinzioni. Non siamo qui a valutare il seguito di quell’esperienza, ma solo a documentare, con questa vicenda, un iter già previsto dagli stessi iniziatori del Cursillo e, comunque senz’altro, dal Padre F.Santana che portò il Cursillo in Italia. A questo punto, una mia valutazione attuale, a 40 anni dall’inizio e dopo quasi trent’anni di mio impegno diretto in merito… Per me, non è certo il momento di fare un bel funerale al Cursillo, come pensava e sognava P. Santana, perché del Cursillo – così come è nato e come dovrebbe essere (non solo 3 giorni, ma un metodo preciso, articolato in tre parti ‘Pre cursillo – Tre giorni – Post Cursillo’, non propriamente “per tutti”, ma solo per animatori/vertebre d’ambiente, trovate dopo opportuno studio d’ambiente e opportuna testimonianza e pre cursillo – di “questo” Cursillo c’è più bisogno che mai. Senza di un metodo di questo tipo, ben difficilmente gli ambienti, anche strettamente ecclesiali, potranno ritrovare anche una sola piccola equipe di evangelizzatori/testimoni e missionari. La sua presenza, non solo non esclude altre presenze missionarie nella Chiesa locale, ma anzi la esige e la promuove, d’accordo col Vescovo e con i suoi collaboratori. Con queste chiarezze, a Genova come in Italia, si potrà pensare a una nuova stagione di fioritura del Cursillo e, da lui, a una nuova stagione più ampiamente missionaria della Chiesa. Quod est in votis. Anche i miei. Con tutto l’amore e la passione di sempre.   *Don Marco Granara oggi è rettore del Santuario di N.S. della Guardia, rettore di San Pietro in Banchi, presidente della Fondazione Antiusura della Diocesi di Genova, e parroco nell’entroterra genovese.