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28 luglio 2015

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In tanti anni di presenza e di impegno nel cursillo Dedo è stato un punto di riferimento importante per tutti noi che lo abbiamo conosciuto e che abbiamo lavorato con lui.

Sapere ascoltare in profondità, consigliare senza imporre la propria idea, non mettersi mai in primo piano, erano alcuni dei suoi tratti.

Ma quello che sempre ci ha colpito di più in lui era lo sguardo di fede con cui sapeva leggere ogni fatto e ogni aspetto della vita, con una fiducia e un abbandono in Gesù Cristo così totale da lasciarci spesso senza parole.

Dopo averlo ascoltato, sia che avesse fatto un Intervento formativo sia che avesse dato una sua semplice testimonianza, capivamo che Il filo conduttore era sempre costituito dalla necessità, se ci diciamo cristiani, di fidarci del Signore, di consegnarci a lui totalmente perché solo in Lui troviamo il bene. E spesso era solito dire che più andava avanti nel cammino, più sperimentava come fosse vero e reale questo abbraccio forte del Signore che lo faceva sentire al riparo da ogni male. Non era uomo dai lunghi discorsi, poche sue frasi bastavano a gettare una luce di speranza e di pace in noi.

E d’altronde i suoi occhi sapevano dire molto più delle parole.  Tutto questo ci mancherà molto, Dedo ci mancherà.

Ma l’immenso tesoro che lui ci lascia rimane dentro ciascuno di noi a indicarci la direzione da seguire e a ricordarci com’è un vero testimone della fede.

A nome mio e di quanti hanno condiviso molti anni del cammino in diocesi, Grazie Dedo.

Grazie anche a nome del Coordinamento Nazionale che si ritiene arricchito dalla tua testimonianza.

Silvana e Nino.

                            Ciao Dedo!

Cena pasquale ebraica cristiana – Banchi 30 marzo2015 – testimonianza di un fratello

BANCHI, SERA DEL 30 MARZO. Esperienza forte, intensa, quella vissuta a Banchi lunedì sera, 30 marzo: la cena pasquale ebraica cristiana. E’ stato come se il tempo, improvvisamente, si fosse misteriosamente riavvolto su se stesso, ritornando indietro di 3.200 o 2.000 anni. L’antico rito ebraico della Pasqua ebraica, che festeggia la liberazione del popolo giudeo dalla schiavitù dell’Egitto, e l’ultima cena di Gesù, consumata con il rito della Pasqua ebraica, sei giorni prima della Sua Risurrezione: esattamente come è accaduto lunedì 30 marzo, sei giorni prima della Pasqua. Sarà un caso?

Quante assonanze tra due riti apparentemente molto diversi e distanti tra loro, ma, in realtà, così intimamente uniti nel loro significato simbolico più profondo: la metafora della vita e della morte. E’ stata un’esperienza unica, mistica, dove la presenza del Cristo morto e risorto, quasi si respirava, si toccava. Ho incrociato più volte gli sguardi delle sorelle e dei fratelli presenti, cogliendoli quasi rapiti, come in estasi.

La metafora della S. Messa, che incarna il vivere quotidiano di chi ha scoperto e vive in Cristo, di chi ha capito di avere ricevuto in dono la vita per pura gratuità, ed il dono della fede: dono che, al di là degli aspetti puramente liturgici, formali od abitudinari, siamo chiamati a vivificare istante per istante, nelle nostre scelte di vita, come un continuo attraversare il  nostro Mar Rosso, per abbandonare la schiavitù della ‘morte corporale’, diretti verso la libertà ‘della vita eterna’ (… in Christo omnes vivificabuntur …- S. Paolo 1 Cor. 15-22).

COSI’ VICINO, COSI’ LONTANO: Giuda Iscariota, ladro, traditore, indifferente ai poveri, eppure… eppure così vicino a Gesù Cristo, che tutto sapeva; appena ricevuto dalle mani di Gesù il pane azzimo intinto nella haroset , se ne partì impossessato da satana. Quanti di noi, magari si professano cristiani, osservanti, ligi alla liturgia od alla forma si sentono o vivono come Giuda? dei traditori|  Quante volte, negli atti della vita di ogni giorno, quando si è chiamati a scegliere continuamente tra il bene ed il male, siamo distanti dal Signore, tradiamo, autoconvincendosi di essere vicino? E’ proprio nell’esercizio quotidiano delle nostre azioni, del grado di presenza di Cristo in noi, del nostro ‘libero arbitrio’ (fatti a immagine e somiglianza di Dio), della nostra capacità di trasudare il bene, che siamo cristiani.

Toccante il momento nel quale don Giuseppe, durante l’elevazione, ha detto: lo vedete nell’ostia, Cristo, vivo e presente? lo vedete, lo vedete nel vino, il sangue di Cristo? 

IL PASSAGGIO NEL MAR ROSSO: quanto ci sentiamo liberi dalle catene dell’egoismo, dell’indifferenza, dell’opulenza; che grado di consapevolezza, di compassione, di condivisione,  abbiamo verso gli ultimi, i poveri, gli emarginati, che spesso sono vicino a noi più di quanto possiamo immaginare.

LA SOFFERENZA DELL’ALTRO, CI RIGUARDA? SI o NO. NON CI SONO VIE DI MEZZO. In questo Cristo è scandalo! Quanto siamo disposti ad amare, a farci “altro”, a rinunciare a noi stessi per gli altri, facendoci carico delle croci che gli “altri” faticosamente sopportano? Comprendere che l’amore è ‘donarsi’, che il corpo è solo un vestito temporaneo, – non sono solo parole, ma fatti e fatica – come Cristo ci ha insegnato, che la vita stessa non ci appartiene, perché l’abbiamo ricevuta in dono senza alcun merito, è essere cristiani: vivere ciò, E’ GIOIA, è essere scesi in profondità dentro noi stessi, fino alle radici più profonde dell’essere, con il CORAGGIO DI AMARE e LA GIOIA DI SCOPRIRE CHE CIO’ CHE ABBIAMO DONATO AGLI ALTRI, COMPRESA LA NOSTRA VITA, IN REALTA’, L’ABBIAMO DONATO A NOI STESSI.

 

Donato

BUONA PASQUA DI RISURREZIONE !!!